Salta al contenuto
Indietro




Illustrazione: la sezione di un edificio per uffici vista di lato, con una porta di servizio socchiusa al piano terra e una linea continua che sale attraverso i piani fino a un archivio nel seminterrato.
Un attacco moderno non sfonda la porta principale: entra da un ingresso secondario e cammina per settimane prima di farsi notare.
Anatomia di un attacco — Le nuove rotte del Ransomware, puntata 2

Ventuno giorni prima

Per raccontare come funziona un attacco useremo un’azienda che non esiste: una manifattura di duecento dipendenti, con un gestionale, un server di file condivisi, un backup su NAS e uno su cloud, e due persone che si occupano di informatica insieme a molte altre cose. La scegliamo inventata di proposito. Ricostruire il caso di un’azienda reale sulla base di quanto pubblicano i criminali significherebbe dare per accertato ciò che accertato non è, e questa serie non lo fa. Le fasi che seguono, però, non sono inventate: sono quelle che le rilevazioni sugli incidenti realmente gestiti descrivono con regolarità.

La cosa che sorprende chi non lavora nel settore è la lentezza. Tra il momento in cui qualcuno entra e il momento in cui i file diventano illeggibili passano spesso settimane. Non è inefficienza: è il tempo necessario a capire dove sono i dati che contano, chi ha i privilegi giusti e — soprattutto — dove sono le copie di sicurezza.

−21

Giorno −21

Le credenziali di un utente vengono usate per la prima volta da un indirizzo mai visto prima. Nessun allarme: sono credenziali valide, e l’accesso avviene in orario d’ufficio.

−14

Giorno −14

Ricognizione. Vengono mappate condivisioni di rete, utenze di dominio e server. Gli strumenti impiegati sono quelli di amministrazione già presenti nei sistemi.

−6

Giorno −6

Escalation dei privilegi. Si arriva a un’utenza amministrativa di dominio, spesso attraverso un account di servizio con password mai cambiata.

−2

Giorno −2

Esfiltrazione. Centinaia di gigabyte lasciano la rete verso un servizio di archiviazione, con un traffico in uscita che nessuno sta guardando.

ORA
0

Sabato notte

Vengono eliminate le copie shadow e i backup raggiungibili dalla rete, disattivate le protezioni, avviata la cifratura. Lunedì mattina qualcuno non riesce ad aprire un file.

L’attacco non comincia quando i file si bloccano. Quando i file si bloccano, l’attacco sta finendo.

Fase 1: da dove si entra davvero

Qui c’è la novità più importante dell’anno, e contraddice quello che la maggior parte dei materiali divulgativi continua a ripetere. Per la prima volta in quattro anni le vulnerabilità software non sono più il primo vettore d’ingresso. Nella rilevazione 2026 di Sophos sono scese al 18%, con un calo di quattordici punti su base annua, mentre email malevole e phishing insieme valgono metà di tutti gli incidenti.

Cause radice degli attacchi ransomware, 2026. Fonte: Sophos, The State of Ransomware 2026, campione di 2.158 organizzazioni colpite in 17 Paesi.
Vettore d’ingressoQuotaNota
Email malevola26%Insieme valgono metà degli incidenti
Phishing24%
Credenziali compromesse23%Accessi validi, spesso acquistati da terzi
Vulnerabilità sfruttate18% −14 puntiPer la prima volta in quattro anni non è il primo vettore
Attacchi a forza bruta6%In coda, ma ancora presenti

Sommando i vettori che passano da un’identità — credenziali rubate, phishing che le raccoglie, sessioni dirottate — si arriva al 79% degli attacchi. Il che significa che il perimetro tecnico dell’azienda, nella grande maggioranza dei casi, non viene sfondato: viene attraversato con le chiavi giuste.

Un dato collaterale merita attenzione perché ribalta una gerarchia di spesa consolidata. Quando l’ingresso avviene sfruttando una vulnerabilità sul firewall, il 59% delle richieste di riscatto supera il milione di dollari, contro una media del 48%. Il dispositivo che dovrebbe proteggere il perimetro, quando cede, consegna una posizione privilegiata sull’intera infrastruttura — e chi attacca lo sa e alza il prezzo.

Fase 2: camminare senza far rumore

Entrati, gli attaccanti devono spostarsi. La tecnica che domina il 2026 si chiama Living off the Land, letteralmente «vivere di ciò che offre il territorio»: invece di introdurre strumenti propri, che un antivirus riconoscerebbe, si usano quelli che l’azienda ha già installato e che nessuno può bloccare senza fermare il lavoro quotidiano.

Gli strumenti di amministrazione remota, i motori di scripting integrati nel sistema operativo, le utility di copia e sincronizzazione, i software di assistenza usati dai fornitori: tutto legittimo, tutto firmato, tutto già autorizzato. Un antivirus tradizionale, che ragiona su firme di file malevoli, non ha nulla da segnalare — perché nessun file malevolo è stato scritto sul disco. È la ragione per cui il rilevamento efficace oggi guarda ai comportamenti: non «questo programma è cattivo», ma «questo account, che non ha mai fatto nulla del genere in due anni, alle tre di notte sta enumerando tutte le condivisioni di rete».

Fase 3: la caccia ai backup

Illustrazione: tre cassette di sicurezza su un ripiano; le prime due sono collegate da un cavo e hanno gli sportelli aperti e vuoti, la terza è staccata su una mensola separata e resta chiusa.
Le copie raggiungibili con le credenziali di dominio cadono insieme al dominio. Resta quella che nessuna credenziale può raggiungere.

Prima di cifrare qualsiasi cosa, un attacco condotto con metodo va a cercare le copie di sicurezza. È la fase che decide l’esito della trattativa, perché un’azienda che può ripristinare non paga — e chi attacca vuole eliminare quell’opzione prima di mostrarsi.

I bersagli sono tre, in ordine di facilità. Le copie shadow di Windows, eliminabili con un comando di sistema che richiede privilegi amministrativi ma nessuno strumento particolare. I backup su rete, tipicamente un NAS raggiungibile con le stesse credenziali di dominio che l’attaccante ha appena ottenuto. E il backup su cloud sincronizzato, che è il più insidioso: se la sincronizzazione è continua, i file cifrati sostituiscono quelli buoni in pochi minuti, e la copia remota diventa una copia fedele del disastro.

Se il sistema di backup si autentica sullo stesso dominio dell’infrastruttura che protegge, non è un backup: è una cartella. Nel momento in cui l’attaccante ottiene un’utenza amministrativa di dominio, ha ottenuto anche le copie. Le credenziali del backup vanno tenute fuori dal dominio, ed è una modifica che non costa nulla se non un’ora di lavoro e la disciplina di non tornare indietro.

La quarta porta: la catena di fornitura

C’è un modo di entrare che non compare nelle classifiche dei vettori perché non riguarda l’azienda colpita: riguarda qualcun altro. Nel 2026 il gruppo Cl0p ha condotto una campagna sfruttando una vulnerabilità non ancora nota in una piattaforma gestionale diffusa a livello internazionale, colpendo in un colpo solo decine di organizzazioni che non erano state prese di mira singolarmente.

Per la media impresa italiana questo scenario è più realistico dell’attacco mirato. Il vettore non è il criminale che studia la tua azienda: è il gestionale verticale aggiornato da un fornitore, il software di teleassistenza installato per comodità e mai rimosso, il consulente informatico che tiene le credenziali di dominio di trenta clienti sullo stesso computer portatile. La superficie d’attacco reale di un’impresa comprende tutti i soggetti che hanno le sue chiavi — e quasi nessuno ne tiene un elenco aggiornato.

Perché le estorsioni sono tre

Nel 2026 il 40% degli attacchi si è fermato alla sola cifratura, mentre nel 16% i dati sono stati anche sottratti. Il modello a più leve nasce da una constatazione commerciale: man mano che le aziende miglioravano i backup, la sola cifratura smetteva di produrre pagamenti. Le leve si sono quindi sommate. Ognuna colpisce un punto diverso, e — questo è il passaggio che interessa chi deve decidere dove investire — solo la prima è neutralizzabile con il backup.

LevaCosa colpisceIl backup la neutralizza?
Prima · Cifratura dei sistemiLa continuità operativa: non si lavora
Seconda · Pubblicazione dei dati sottrattiRiservatezza, segreti industriali, obblighi verso gli interessatiNo
Terza · Contatto diretto a clienti e fornitoriReputazione e rapporti commercialiNo

«Ormai non cifrano più niente, rubano soltanto i dati.» È diventata un’affermazione ricorrente nei convegni, e ha una conseguenza pratica pericolosa: se la cifratura è superata, investire sul ripristino diventa secondario.

I numeri dicono l’opposto, e in modo netto. Nella rilevazione 2026 la quota di attacchi arrivati alla cifratura è salita al 56%, dal 50% dell’anno precedente. Gli attacchi di sola estorsione, senza alcuna cifratura, sono invece appena il 2% — in calo dal 6% dell’anno prima.

Quello che cresce è un’altra cosa: la combinazione delle due leve. Il 16% degli attacchi ha comportato dati insieme cifrati e sottratti, e sono i casi in cui la vittima si trova sotto pressione da due lati contemporaneamente.

Formulazione corretta: la cifratura non è affatto superata, è tornata a crescere. Ciò che è cambiato è che sempre più spesso non arriva da sola. Il backup continua a servire — semplicemente, copre una leva su due.

Scheda tecnica

Per addetti ai lavori · segnali osservabili prima della cifratura

  • Autenticazioni anomale: accessi riusciti da geolocalizzazioni o ASN mai visti per quell’utenza; accessi fuori dall’orario abituale su account di servizio.
  • Enumerazione: interrogazioni massive su directory di dominio e condivisioni di rete da parte di un singolo host in un intervallo breve.
  • Eliminazione delle copie shadow: invocazione di utility di gestione delle copie del volume con parametri di cancellazione. È uno dei pochi eventi che ha valore di allarme quasi assoluto.
  • Manomissione delle protezioni: arresto di servizi di sicurezza, modifica delle policy di esclusione, disinstallazioni silenziose.
  • Traffico in uscita anomalo: volumi elevati verso servizi di archiviazione o sincronizzazione non previsti dalle policy aziendali, spesso di notte o nei fine settimana.
  • Strumenti legittimi in contesti illegittimi: software di assistenza remota che compare su server che non lo hanno mai avuto; utility di copia massiva su file server.

Nessuno di questi segnali è di per sé conclusivo. La loro utilità sta nella correlazione temporale: due o tre insieme, nello stesso arco di ore, sono un incidente fino a prova contraria.

Nella prossima puntata

Il conto. Un ransomware con esfiltrazione fa scattare due orologi verso due autorità diverse, e quasi nessuno lo scopre prima di essere in ritardo su entrambi. Vedremo da quando decorrono davvero le 72 ore, cosa sanziona il Garante nei provvedimenti più recenti, e perché la domanda «possiamo pagare?» ha una risposta più articolata di quella che si legge in giro.

Fonti

FonteDataRiferimento
Sophos, The State of Ransomware 2026 — cause radice, tasso di cifratura, dato sul firewallluglio 2026sophos.com
Sophos, Active Adversary Report 2026 — 661 casi di incident response e MDR2026sophos.com
SentinelOne, telemetria e statistiche malware 2026 — campagne Cl0p su piattaforma gestionalemaggio 2026sentinelone.com

Nota di trasparenza e metodo. L’azienda descritta nella cronologia è un modello costruito a scopo esplicativo e non corrisponde ad alcun caso reale. In questa serie nessuna organizzazione colpita viene nominata sulla base di rivendicazioni pubblicate dai gruppi criminali. La scheda tecnica indica categorie di segnali osservabili e non contiene istruzioni operative utilizzabili a fini offensivi. Chi scrive svolge attività di consulenza in materia di protezione dei dati: l’articolo non contiene riferimenti a incarichi, clienti o documentazione riservata.

© Inchiesta in quattro puntate · Le nuove rotte del Ransomware · Puntata 2 di 4
Articolo basato su fonti documentate e accertamenti regolatori pubblici.
Nessun testo è stato riprodotto integralmente da fonti terze: i fatti riportati sono rielaborati in forma originale. Tutti gli URL erano attivi e accessibili alla data di pubblicazione.
Crediti visuali: immagini e infografiche generate con OpenAI su prompt originali della redazione. I visual hanno funzione illustrativa e divulgativa; non riproducono persone, operazioni, documenti o interfacce reali.
Ultimo aggiornamento editoriale: 12 agosto 2026

🍪 Impostazioni Cookie